Pino Paolillo risponde ad un commento al post di Fulco Pratesi
Caro Emanuele,
seguo il tema della caccia da moltissimi anni e confesso, con molta sincerità, che continua a stupirmi la facilità con cui gran parte dei cacciatori cerca di aggrapparsi ai soliti luoghi comuni, pur di giustificare un’attività che, “per sua stessa natura costituisce sempre una causa di disturbo più o meno rilevante per la fauna” (Mario Spagnesi, ex Direttore INFS, cacciatore).
Lo dico senza intenti polemici ma, onestamente, più li leggo e li ascolto e più mi convinco del loro incredibile rifiuto di ammettere la realtà delle cose. C’è davvero una rimozione psicologica del danno prodotto, una incapacità a riconoscere le proprie responsabilità, individuali e collettive, che sa di infantile, se non fosse per le conseguenze drammatiche su milioni di esseri viventi e sull’ambiente. Giusto per rimanere nel tuo settore, è come se un taglialegna accusato di aver abbattuto a colpi di motosega un bosco intero, si difendesse prendendosela con le piogge acide, la processionaria o i mutamenti climatici.
Quando parli di “cacciatori con la C maiuscola”, certamente ti riferisci a coloro che vanno a caccia nel rispetto della legge. Bene. Tu stesso però ammetti che gli altri, quelli “con la c minuscola”, che invece la legge non la rispettano, sono la maggioranza. Apprezzo la sincerità ma il problema è capire se, anche rispettando questa legge, si fa un danno o meno alla natura.
E allora, solo per fare un esempio, considerato che un “onesto cacciatore”, può uccidere legalmente fino a 25 uccelli migratori al giorno (come da normale “limite di carniere” ), moltiplicando per tutti i cacciatori (circa 800.000 ) e per la durata della stagione venatoria, capirai bene che, pur rispettando la legge degli uomini, non si rispettano affatto le leggi della natura.
Sì, lo so, adesso penserai che non capita tutti i giorni di ammazzare 25 tordi o allodole, ma se fosse possibile (e qualcuno, quando capita, va anche oltre), la legge consentirebbe di fatto un massacro di animali, di cui nessuno può dire che si “prelevi” una quota sostenibile, perché si spara finché ce n’è, senza nessuna programmazione o criterio che non sia quello del carniere più abbondante. Quindi si può essere bracconieri nei confronti della natura, pur essendo rispettosi delle leggi – sbagliate – degli uomini. Leggi che, come nel nostro caso, consentono una libera appropriazione di un bene senza che si conosca neanche la consistenza del bene stesso .
Come ben sai dai tuoi studi di selvicoltura, si gestisce ciò che si conosce, si cura e si conserva, altrimenti è un’appropriazione indebita, un furto nei confronti dell’ambiente. Ricordo che, tanti anni fa, furono proprio le associazioni venatorie riunite nell’UNAVI ad approvare un documento in cui si sosteneva che il requisito indispensabile per esercitare la caccia su una specie fosse la censibilità della stessa e quindi la necessità di conoscerne le dinamiche di popolazione e calcolare, di stagione in stagione, la “quota” eventuale da poter uccidere. Un prerequisito praticamente improponibile per i migratori, in particolare per i passeriformi, che si distribuiscono con il variare delle stagioni su areali estremamente vasti e per i quali quindi non esistono le condizioni e le conoscenze scientifiche per un discorso gestionale, per cui, quando si spara su uccelli di cui si ignorano la consistenza a livello di regione zoogeografica, l’incremento (o il decremento) annuale, i dati sugli abbattimenti e solo sulla base di “limiti” davvero ridicoli, piuttosto che di prelievo sostenibile si dovrebbe parlare di rapina a mano armata ai danni della natura.
Prima ho usato il termine “uccidere” perché per me si “prelevano” i soldi o i bagagli, mentre quando si toglie la vita a qualcuno, i verbi più appropriati sono ben altri. Per chi ci crede, potremmo anche pensare che l’anima nostra venga “prelevata” dagli Angeli del Paradiso (o dai Diavoli dell’Inferno), ma se uno ammazza un uomo a fucilate, mica diciamo che lo ha “prelevato” (dalla faccia della terra)…
Quanto poi al territorio che il cacciatore italiano ha a disposizione, tu stesso sostieni che “è giusto” che sia “limitato” (si fa per dire) alla “sola regione”. E invece questo significa ammettere il fallimento di qualsiasi proposito, finto o sincero che sia, di rendere un po’ più accettabile, cioè meno distruttiva l’attività venatoria nel nostro paese. Territori di caccia grandi quanto una nazione, una regione o anche una provincia? Vogliamo scherzare? Tutte le esperienze e tutte le indicazioni del mondo scientifico, anche di parte venatoria (!) a cominciare dal documento programmatico dell’INFS – oggi ISPRA – redatto all’indomani dell’entrata in vigore della 157, parlano di unità di autogestione di 10.000, massimo 15.000 ettari… Mentre ci sono regioni in cui un ATC è grande quanto mezza provincia, con la possibilità di sparare alla migratoria in tutta la regione.
Siamo quindi lontani anni luce rispetto a quel legame tra il cacciatore e il territorio che potrebbe rappresentare, qualora rigidamente applicato, insieme a una serie di altri provvedimenti quali l’incremento della capacità faunistica dell’ambiente e l’attuazione di rigorosi controlli sul rispetto degli abbattimenti programmati, la base imprenscindibile per una responsabilizzazione del cacciatore, piuttosto che fare a gara a chi occupa i posti migliori per lasciare terra bruciata dietro di sé, altrimenti ci pensa qualcun altro.
Ovviamente, ripeto, solo su specie facilmente censibili e stazionarie, come potrebbe essere per qualche specie di Ungulato o di Galliforme ( mettendo da parte per adesso la questione morale), con un numero di cacciatori e un’attività commisurati alle effettive presenze faunistiche, piuttosto che su una demagogica e distruttiva “libertà di caccia”.
E veniamo alla situazione estera. Nella stessa Francia, così come altrove, (ma perché allora non facciamo il caso del Lussemburgo o del Belgio, dove le specie cacciabili sono rispettivamente 4 e 6?) , la caccia è legata al diritto di proprietà del terreno. I cacciatori sono iscritti ad un comprensorio comunale ( i cosiddetti ACCA), mediante un contratto pagano una quota al proprietario sulla base degli ettari (74 euro fissi per terreni fino a 50 ettari più un euro per ogni ettaro posseduto in più) e, in base alla legge del 2000, i proprietari possono negare la caccia nel proprio terreno, con la possibilità, di chi possiede almeno 20 ettari, di riservare per sè il diritto di caccia.
Da un documento di un’associazione venatoria italiana risulta dunque che:” Se la mobilità è teoricamente illimitata, in realtà il cacciatore francese è però molto più “confinato” di quello italiano.” Quanto poi alle dimensioni dei comprensori (gli ACCA), altro che territori di decine di migliaia di Km2 come tanti nostri ATC! Per i cugini d’oltralpe la media è di 1000-3000 ettari!
Non sono un fautore del modello francese, cerco solo di spiegare che il nomadismo venatorio non può che alimentare quell’atteggiamento di rapina nei confronti della fauna e rappresenta la perfetta antitesi rispetto alla possibilità di trasformare il cacciatore italiano da un semplice sparatore ad un utilizzatore (pur sempre violento) di una risorsa naturale che incrementa, censisce e poi sottrae dall’ambiente in maniera calcolata.
Questo, sia chiaro, come male minore rispetto alla generalità della situazione attuale e ribadendo la mia più convinta avversione verso un’attività violenta nei confronti di altri esseri viventi. Cosa diresti se un piano di assestamento forestale fosse stravolto da boscaioli liberi di circolare liberamente e di tagliare tutto quello che gli pare e piace: piuttosto che di “gestione sostenibile di una risorsa”, non parleresti di distruzione?
Un saluto
Pino Paolillo
P.S . In ogni caso, spero che un giorno non lontano, nei boschi che stai studiando, al posto del fucile, ci andrai con un binocolo, per portare a casa non piume insanguinate, ma il ricordo dei colori e dei suoni della Natura. Me lo auguro sinceramente.




