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Archive for the ‘Cacciatori e ambiente’ Category

Il bambino usato nella propaganda 2009 di FedercacciaPubblichiamo la bella lettera che Roberta Luberti, medico psicoterapeuta, ha inviato al Sindaco di Rignano sull’Arno che ha promosso la partecipazione dei bambini delle elementari a iniziative dei cacciatori.

Un’iniziativa, “davvero innovativa”, che va diffondendosi in tutta Italia e che ha come obiettivo il “ripopolamento di cacciatori”…

 

Gentile Sindaco,

ho letto su La Nazione del 1° febbraio, nella pagina dedicata alle notizie sul Valdarno, un articolo firmato da Antonio Degl’Innocenti, dove si dà notizia di un’iniziativa  della sezione venatoria dell’ARCI  e del Comune.

In tale articolo si dice che “l’associazione rignanese ha voluto mostrare a bambini e insegnanti che la caccia non è di per sé distruttiva per l’ambiente, ma anzi, se accompagnanta dall’impegno nella gestione per tutto l’anno (….) è un trampolino per una migliore conservazione e tutela della fauna”.

Il problema che voglio porLe è legato alla lezione di indifferenza, somministrata a soggetti in età evolutiva, verso la sofferenza e l’uccisione di creature viventi, seppure non umane. Sofferenze ed uccisioni neanche dettate da necessità di sopravvivenza, ma dalla passione per un’ attività cruenta. Tale lezione di indifferenza, se è vero quanto riportato nell’articolo, avrebbe avuto appunto la finalità  di dimostrare che la caccia non è di per sé distruttiva per l’ambiente.

 Non voglio dilungarmi troppo, ma Lei sa bene quanti modi realmente efficaci e non violenti ci possono essere per tutelare l’ambiente.

Riporto ancora uno stralcio dell’articolo: “…Questa volta anche gli alunni hanno partecipato alle catture che si concludono, poi, con la liberazione degli animali in zone prestabilite. L’emozione dei ragazzi nel vedere da vicino gli animali è stata più che palpabile, ….Anche i cacciatori (…) hanno ottenuto una soddisfazione impagabile data dall’entusiasmo dei ragazzi che hanno apprezzato la figura del cacciatore nel suo complesso”.

Cosa significa nel suo complesso? Che siccome fanno delle azioni per l’ambiente (azioni la cui utilità e chiarezza degli intenti è peraltro messa in dubbio da molti. Ma non voglio ora entrare in questo merito), per il famoso principio per cui una mano lava l’altra, si può soprassedere e tacere anche  sulla sofferenza arrecata? Cosa per l’appunto è stato detto ai bambini sulle sofferenze che i cacciatori infliggono? E’ stato detto che anche gli altri esseri viventi provano emozioni? E sono stati mostrati i danni che i cacciatori arrecano in moltissimi casi al territorio, agli animali domestici e agli stessi esseri umani?

O queste sono comunicazioni non adatte ai bambini? Direi invece che  non sono “adatte” la negazione o la minimizzazione dell’aspetto più rilevante della pratica dello “sport” della caccia, e cioè che è uno sport che porta morte.

Ritengo quindi questa operazione pedagogicamente molto discutibile in quanto, seppure immagino -e spero- messa in atto in buona fede dal Comune, essa si traduce nei fatti nel dare ai bambini/e informazioni mistificanti, oltre che neganti (negazione quale moderna versione della comunicazione che gli animali non proverebbero dolore fisico) aspetti importanti della realtà.

Della stessa negazione sono fatti oggetto i bambini, i quali, notoriamente, se non condizionati, amano istintivamente gli animali e con essi si identificano, a tal punto che la psicologia infantile per indagare gli aspetti che riguardano il mondo interno dei bambini utilizza personaggi animali (ad es. Blacky Pictures, Child Apperception Test, Sceno-Test, …). Viene da chiedersi quale meccanismo di scissione emotiva e di pensiero sia obbligato a compiere un bambino per poter fronteggiare un’angoscia di morte così ingestibile.

Questo in un periodo difficile, ma nel quale le conoscenze sulla cultura della non violenza, comprendente l’attenzione all’ambiente e al rispetto per tutti i viventi, nonché le possibilità di accedere a tali conoscenze, sono comunque tante: ritengo doveroso farne parte ai bambini e alle bambine, nell’ottica di una formazione coerente e non foriera appunto di pericolose scissioni.

Auspico con tutto il cuore che le iniziative lodevoli a favore della non violenza, con particolare attenzione all’ambiente, che Voi sicuramente ancora farete, escluderanno insegnanti tanto discutibili, quali sono i cacciatori, se non per additarli, coerentemente, ad esempio negativo.

Roberta Luberti

Indirizzi a cui è possibile inviare mail:
sindaco@comune.rignano-sull’arno.fi.it, giunta@comune.rignano-sullarno.fi.it, segretario@comune.rignano-sullarno.fi.it, f.balestri@istruzione.it, direzione-toscana@istruzione.it, urp@istruzione.it

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Conferenza stampa del Corpo Forestale dello Stato

“Cifre preoccupanti: 42 casi, accertati dalle analisi, di avvelenamento di animali, in particolare di cani, con bocconi mortali, solo nel 2009.

Il 26% circa dell’intera regione Emilia Romagna. Le indagini del Corpo Forestale dello Stato su 13 casi, dopo circa due anni di lavoro, hanno portato alla denuncia a piede libero di 5 persone, 3 di Bagno di Romagna, 1 di Cesena e 1 di Civitella di Romagna. Queste sono responsabili dell’avvelenamento di 9 cani (8 nel Comune di Bagno e 1 a Civitella).

Le cause addotte dai responsabili sono di “disturbo arrecato alla selvaggina lanciata per il ripopolamento”, e, in alcuni casi, anche vendette personali. Le persone denunciate dovranno rispondere del reato penale di maltrattamento di animali: in base all’articolo 544 bis del codice penale “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi”. Per colpa dei bocconi avvelenati le 5 persone denunciate hanno provocato la morte di 2 segugi, 3 meticci, 1 pastore tedesco ed 1 labrador. Un terranova ed un altro pastore tedesco sono stati salvati.

E’ questo il bilancio dell’operazione “Bocconi amari”, portata a termine dal Corpo Forestale. Le indagini, durate circa 2 anni, hanno interessato l’avvelenamento di 13 cani fra i Comuni di Bagno di Romagna (12) e di Civitella (1) nel periodo che va dalla fine dell’anno 2008 e l’inizio del 2010, con perquisizioni, sequestri, interrogatori, appostamenti, e pedinamenti. Nella rete di crudeltà sono finiti, oltre che cani, anche volpi e lupi che erroneamente vengono ritenuti “nocivi”, in quanto predatori naturali della selvaggina”. (www.romagnaoggi.it – Cesena Pubblicato il 6/12)

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Meglio smettere…

Fungo controluce (foto Sarah Gregg)

Fungo controluce (foto Sarah Gregg)

Dopo l’ennesimo omicidio commesso da un cacciatore, questa volta ai danni di un cercatore di funghi, e alle accuse rivolte a chi usa le armi da caccia con troppa facilità, la risposta dei cacciatori è stata quella di sempre: ci sono tante altre attività più pericolose, come andare in auto o addirittura in bicicletta, per cui, sono cose che capitano e anzi, come ha scritto qualcuno, la colpa è della vittima, che quel giorno doveva starsene a casa!

Qualcun altro ha proposto di consentire la ricerca dei funghi solo di martedì e venerdì, giorni di silenzio venatorio, così da permettere ai veri “amanti della natura” versione Winchester, di godere tranquillamente del bosco nei rimanenti cinque giorni della settimana, senza essere disturbati ed evitando così il rischio di spiacevoli scambi di specie. Ed è già tanto che non si siano lamentati del fatto che i funghi continuano a spuntare in autunno, anziché quando la caccia è chiusa!

Ora, capisco le giustificazioni, ma sta di fatto che nessun raccoglitore di funghi ha mai accoltellato un cacciatore scambiandolo per un porcino, o che un naturalista lo abbia aggredito armato di binocolo e macchina fotografica.

In seguito all’episodio il Presidente della Federcaccia, Dall’Olio, ha detto che in Italia gli esami di caccia sono severi, ma può capitare, aggiungiamo noi, che si scambi un prete che dorme in un sacco a pelo per un cinghiale o che la fretta di sparare per poi vedere quale preda è caduta, giochi brutti scherzi.

Sempre Dall’Olio, di fronte alle accuse di crudeltà nei confronti di animali massacrati per divertimento, risponde che la beccaccia presa a fucilate non soffre più di un pollo allevato in batteria. Benissimo, così se evita di andare a caccia e di mangiare carne, non soffrirà nessuno dei due.
O sparando alle beccacce pensa che i polli soffriranno di meno? Sarebbe come se un alcolizzato continuasse a fumare come un turco, perché tanto ha la cirrosi.
Meglio smettere.

Pino Paolillo

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Un flagello minaccia l’Italia. Orde devastatrici della bestia nera si nascondono nel folto della macchia, pronte a scatenare la loro furia distruttrice al calar della notte, travolgendo tutto quello che incontrano sul loro cammino.

Cinghiale (Fabio Cianchi)Niente sembra poter fermare i discendenti di quella sottospecie di “Sus scrofa” giunta sin qui  dalle lontane plaghe centroeuropee e non a caso denominata “attila”. Ma non tutto è perduto: ogni anno un vero e proprio esercito della salvezza  corre letteralmente  alle armi pur di salvare i raccolti e, con essi, il popolo, dalla carestia e dalla fame.

Il porco selvatico,  simbolo silvestre del maligno,  continua nel frattempo  ad accoppiarsi  senza ritegno, moltiplicandosi vertiginosamente e allargando sempre più il suo dominio sul territorio. Non bastano tre mesi all’anno di contrasto da parte dell’esercito regolare a furia di braccate, palle e pallettoni, comprese le operazioni di “disturbo notturno” condotte da squadre di irregolari, o i metodi da guerriglia fatti con lacci di acciaio per strangolare il temuto nemico.

Nossignori, ci vuole ben altro che sparare alle femmine gravide perché non portino a compimento il frutto dei loro infernali congiungimenti carnali: bisogna stanarlo, come i Talebani, dalle zone in cui trova rifugio,  sterminarlo perché non minacci più la sicurezza  e l’economia di intere regioni.

E pensare che  gli stessi avversari di oggi erano gli entusiasti sostenitori di ieri, quando l’ambito suide veniva reclamato a gran voce e i solerti amministratori “ripopolavano” generosamente boschi e valli di verri e scrofe  per il trastullo venatorio di elettori riconoscenti .

E guai a lasciare scoperto un lembo di territorio dalla presenza delle eccitanti arature del grugno dell’agognato ungulato, pena lo scontro tra squadroni di contendenti alla ricerca dell’ultimo solengo da fulminare.

Le cronache  avvertono oggi che i cinghiali sono in soprannumero, che esiste un “sovraffollamento” che minaccia le risorse agricole e persino la viabilità delle supersicure strade nazionali, e che bisogna organizzare dei corsi accelerati per contarli e  poi, comunque vada, dargli la caccia  che si meritano.

Qualcuno potrebbe obiettare che detti corsi sono inutili e dispendiosi, considerato che, se si sostiene che le presenze del selvatico sono eccessive (rispetto a che?) , vuol dire che qualcuno li ha già contati. Viceversa, se ciò non è avvenuto, come si fa a dire che sono in soprannumero?

A meno che, come pensano i malfidati, con la scusa del cinghiale non si voglia entrare dalla finestra dopo che la porta è stata chiusa; un modo volpigno e già sperimentato, per far tuonar le ferree canne anche laddove (parchi e riserve) la legge lo vieterebbe.

Pino Paolillo

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Un cacciatore mi ha scritto:

“Ma ti sei mai chiesto perchè nell’ultimo ventennio i cacciatori si sono più che dimezzati e la selvaggina, a sentire voi professionisti dell’ambiente, è praticamente quasi sparita ? Scusami ma i conti non mi tornano…”.

Lepre (F.Cianchi)

Lepre (foto F.Cianchi)

Non sono i conti che non tornano, ma  certe affermazioni, tanto generiche quanto fuorvianti.

La tesi sostenuta è semplice, ma falsa in una delle due affermazioni che dovrebbero sostenere una conclusione, (a voi conveniente), ma di conseguenza altrettanto errata.

Perché se è vero che i cacciatori si sono dimezzati, nessuno di noi  ha mai detto che “la selvaggina è quasi sparita”.

Primo, ma è una sottigliezza linguistica, il termine “selvaggina” non fa parte del vocabolario di un naturalista, che preferisce quello ecologicamente  più opportuno di “fauna” (che, per fortuna, non è solo quella cacciabile ). Secondo perché le affermazioni generiche, da un punto di vista scientifico, non hanno alcun significato. Di quale fauna vogliamo parlare ?

Come si fa a sintetizzare la situazione faunistica di Cervi e Caprioli, Camosci e Stambecchi, Cinghiali e lepri, Quaglie e Pernici bianche, Tordi e Beccacce, Anatidi e Corvidi, ecc. ecc. in una sola, gratuita, asserzione? Ogni specie è un caso e  richiede un esame a sé, un’ analisi dello status passato e presente, dei fattori che ne hanno determinato una rarefazione rispetto alla potenziale presenza sul territorio, piuttosto che un incremento e così via.  

E questa analisi, piaccia o no, individua storicamente nella caccia uno dei fattori più importanti (in alcuni casi il solo) della drastica diminuzione o della estinzione locale di molte specie (Quaglia tridattila, Francolino, Gallina Prataiola in Sicilia, Gipeto, Lupo e Lince sulle Alpi solo per citarne qualcuna), così della sparizione di molte forme locali come  la sottospecie “italica” della Starna, l’estinzione della Coturnice in Toscana ecc.  per non parlare dei danni prodotti dai ripopolamenti (vedi caso Cinghiale, Chukar ecc.). Per cui non potete negare che senza l’impatto devastante della caccia  l’Italia avrebbe una situazione faunistica nettamente migliore, con popolazioni animali più diffuse e più abbondanti in base alla capacità portante del territorio.

Certo, nessuno e men che meno noi, vuole negare il ruolo svolto dalla distruzione degli habitat, dalla loro frammentazione, da tutti i molteplici fattori di disturbo che insieme contribuiscono al depauperamento faunistico e alla perdita della biodiversità. Ma negare, come si cerca continuamente di fare, le responsabilità della caccia, passate e presenti,  è pura cecità culturale. Vuol dire semplicemente mentire.

Un fatto però è assodato: le maggiori presenze faunistiche si riscontrano nei territori vietati alla caccia (non a caso molti non vedono l’ora di sparare pure nei parchi nazionali). Così come è innegabile che se la caccia conservasse il patrimonio faunistico, non ci sarebbe bisogno ogni  anno di “lanciare” per “ripopolamento” sembianze di fagiani o di lepri magari argentine! Condannate il più delle volte a non vedere neanche l’alba dell’apertura, secondo la ben nota teoria del “tutto pieno prima, tutto vuoto dopo”. Altro che “prelievo degli interessi conservando il capitale”: è come se il capitale fosse rapinato prima ancora di entrare in banca! Un assalto al furgone portavalori.

Insomma, la caccia non fa bene agli animali.

Infine, una contraddizione salta evidente: ma non sono i cacciatori ad auspicare la caccia per contenere le orde di cinghiali (giunti da Marte ?) che minacciano la sicurezza della nazione?

E allora, ammettetelo sinceramente: quando vi conviene sostenere che la caccia non fa danni, dite  che la fauna è diminuita indipendentemente dai cacciatori. Salvo poi lanciare allarmi sull’immane pericolo di trovarci con i caprioli a brucare l’insalata nell’orto , per potervi ergere a paladini della patria pur di spappolare il fegato o una coscia al cervide troppo invasivo. In maniera “selettiva” s’intende

Insomma la fauna per voi è come una fisarmonica : un po’ si allunga, un po’ si accorcia, a seconda di come intendete suonarvela. Quante scuse per amore di un cadavere…


Pino Paolillo

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Pino Paolillo risponde ad un commento al post di Fulco Pratesi

Pino Paolillo, autore dell'articolo, mentre recupera una poiana sparata dalla brava gente

Caro Emanuele,

seguo il tema della caccia da moltissimi anni e confesso, con molta sincerità, che continua a stupirmi la facilità con cui gran parte dei cacciatori cerca di aggrapparsi ai soliti luoghi comuni, pur di giustificare un’attività che, “per sua stessa natura costituisce sempre una causa di disturbo più o meno rilevante per la fauna” (Mario Spagnesi, ex Direttore INFS, cacciatore).

Lo dico senza intenti polemici ma, onestamente, più li leggo e li ascolto e più mi convinco del loro incredibile rifiuto di ammettere la realtà delle cose. C’è davvero una rimozione psicologica del danno prodotto, una incapacità a riconoscere le proprie responsabilità, individuali e collettive, che sa di infantile, se non fosse per le conseguenze drammatiche su milioni di esseri viventi e sull’ambiente. Giusto per rimanere nel tuo settore, è come se un taglialegna accusato di aver abbattuto a colpi di motosega un bosco intero, si difendesse prendendosela con le piogge acide, la processionaria o i mutamenti climatici.

Quando parli di “cacciatori con la C maiuscola”, certamente ti riferisci a coloro che vanno a caccia nel rispetto della legge. Bene. Tu stesso però ammetti che gli altri, quelli “con la c minuscola”, che invece la legge non la rispettano, sono la maggioranza. Apprezzo la sincerità ma il problema è capire se, anche rispettando questa legge, si fa un danno o meno alla natura.

E allora, solo per fare un esempio, considerato che un “onesto cacciatore”, può uccidere legalmente fino a 25 uccelli migratori al giorno (come da normale “limite di carniere” ), moltiplicando per tutti i cacciatori (circa 800.000 ) e per la durata della stagione venatoria, capirai bene che, pur rispettando la legge degli uomini, non si rispettano affatto le leggi della natura.

Sì, lo so, adesso penserai che non capita tutti i giorni di ammazzare 25 tordi o allodole,  ma se fosse possibile (e qualcuno, quando capita, va anche oltre), la legge consentirebbe di fatto un massacro di animali, di cui nessuno può dire che si “prelevi” una quota sostenibile, perché si spara finché ce n’è, senza nessuna programmazione o criterio che non sia quello del carniere più abbondante. Quindi si può essere bracconieri nei confronti della natura, pur essendo rispettosi delle leggi – sbagliate – degli uomini. Leggi che, come nel nostro caso, consentono una libera appropriazione di un bene senza che si conosca neanche la consistenza del bene stesso .

Come ben sai dai tuoi studi di selvicoltura, si gestisce ciò che si conosce, si cura e si conserva, altrimenti è un’appropriazione indebita, un furto nei confronti dell’ambiente. Ricordo che, tanti anni fa, furono proprio le associazioni venatorie riunite nell’UNAVI ad approvare un documento in cui si sosteneva che il requisito indispensabile per esercitare la caccia su una specie fosse la censibilità della stessa e quindi la necessità di conoscerne le dinamiche di popolazione e calcolare, di stagione in stagione, la “quota” eventuale da poter uccidere. Un prerequisito praticamente improponibile per i migratori, in particolare per i passeriformi, che si distribuiscono con il variare delle stagioni su areali estremamente vasti e per i quali quindi non esistono le condizioni e le conoscenze scientifiche per un discorso gestionale, per cui, quando si spara su uccelli di cui si ignorano la consistenza a livello di regione zoogeografica, l’incremento (o il decremento) annuale, i dati sugli abbattimenti e solo sulla base di “limiti” davvero ridicoli, piuttosto che di prelievo sostenibile si dovrebbe parlare di rapina a mano armata ai danni della natura.

Prima ho usato il termine “uccidere” perché per me si “prelevano” i soldi o i bagagli, mentre quando si toglie la vita a qualcuno, i verbi più appropriati sono ben altri. Per chi ci crede, potremmo anche pensare che l’anima nostra venga “prelevata” dagli Angeli del Paradiso (o dai Diavoli dell’Inferno), ma se uno ammazza un uomo a fucilate, mica diciamo che lo ha “prelevato” (dalla faccia della terra)…

Quanto poi al territorio che il cacciatore italiano ha a disposizione, tu stesso sostieni che “è giusto” che sia “limitato” (si fa per dire) alla “sola regione”. E invece questo significa ammettere il fallimento di qualsiasi proposito, finto o sincero che sia, di rendere un po’ più accettabile, cioè meno distruttiva l’attività venatoria nel nostro paese. Territori di caccia grandi quanto una nazione, una regione o anche una provincia? Vogliamo scherzare? Tutte le esperienze e tutte le indicazioni del mondo scientifico, anche di parte venatoria (!) a cominciare dal documento programmatico dell’INFS – oggi ISPRA – redatto all’indomani dell’entrata in vigore della 157, parlano di unità di autogestione di 10.000, massimo 15.000 ettari… Mentre ci sono regioni in cui un ATC è grande quanto mezza provincia, con la possibilità di sparare alla migratoria in tutta la regione.

Siamo quindi lontani anni luce rispetto a quel legame tra il cacciatore e il territorio che potrebbe rappresentare, qualora rigidamente applicato, insieme a una serie di altri provvedimenti quali l’incremento della capacità faunistica dell’ambiente e l’attuazione di rigorosi controlli sul rispetto degli abbattimenti programmati, la base imprenscindibile per una responsabilizzazione del cacciatore, piuttosto che fare a gara a chi occupa i posti migliori per lasciare terra bruciata dietro di sé, altrimenti ci pensa qualcun altro.

Ovviamente, ripeto, solo su specie facilmente censibili e stazionarie, come potrebbe essere per qualche specie di Ungulato o di Galliforme ( mettendo da parte per adesso la questione morale), con un numero di cacciatori e un’attività commisurati alle effettive presenze faunistiche, piuttosto che su una demagogica e distruttiva “libertà di caccia”.

E veniamo alla situazione estera. Nella stessa Francia, così come altrove, (ma perché allora non facciamo il caso del Lussemburgo o del Belgio, dove le specie cacciabili sono rispettivamente 4 e 6?) , la caccia è legata al diritto di proprietà del terreno. I cacciatori sono iscritti ad un comprensorio comunale ( i cosiddetti ACCA), mediante un contratto pagano una quota al proprietario sulla base degli ettari (74 euro fissi per terreni fino a 50 ettari più un euro per ogni ettaro posseduto in più) e, in base alla legge del 2000, i proprietari possono negare la caccia nel proprio terreno, con la possibilità, di chi possiede almeno 20 ettari, di riservare per sè il diritto di caccia.

Da un documento di un’associazione venatoria italiana risulta dunque che:” Se la mobilità è teoricamente illimitata, in realtà il cacciatore francese è però molto più “confinato” di quello italiano.” Quanto poi alle dimensioni dei comprensori (gli ACCA), altro che territori di decine di migliaia di Km2 come tanti nostri ATC! Per i cugini d’oltralpe la media è di 1000-3000 ettari!

Non sono un fautore del modello francese, cerco solo di spiegare che il nomadismo venatorio non può che alimentare quell’atteggiamento di rapina nei confronti della fauna e rappresenta la perfetta antitesi rispetto alla possibilità di trasformare il cacciatore italiano da un semplice sparatore ad un utilizzatore (pur sempre violento) di una risorsa naturale che incrementa, censisce e poi sottrae dall’ambiente in maniera calcolata.

Questo, sia chiaro, come male minore rispetto alla generalità della situazione attuale e ribadendo la mia più convinta avversione verso un’attività violenta nei confronti di altri esseri viventi. Cosa diresti se un piano di assestamento forestale fosse stravolto da boscaioli liberi di circolare liberamente e di tagliare tutto quello che gli pare e piace: piuttosto che di “gestione sostenibile di una risorsa”, non parleresti di distruzione?

Un saluto
Pino Paolillo

P.S . In ogni caso, spero che un giorno non lontano, nei boschi che stai studiando, al posto del fucile, ci andrai con un binocolo, per portare a casa non piume insanguinate, ma il ricordo dei colori e dei suoni della Natura. Me lo auguro sinceramente.

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Quasi tutti gli amici cacciatori che sono intervenuti in questo blog hanno scritto:  “Perchè ve la prendete sempre e solo con la caccia,  le vere cause della sparizione della fauna sono ben altre!” … e giù ad elencare l’inquinamento, l’urbanizzazione, le strade ecc. “I cacciatori sì che amano davvero la natura e si prendono cura dell’ambiente… voi no.”

Noi abbiamo sempre risposto che è vero che ci sono problemi ambientali più gravi della caccia,  il WWF infatti non si occupa della sola caccia e basta dare un’occhiata a www.wwf.it per capirlo.

Bene, amici cacciatori, ora potete dimostrarci che davvero voi vi prendete cura dell’ambiente meglio di noi

Vogliono realizzare una grande discarica (una “Malagrotta 2”) ad Allumiere, nel cuore dei selvaggi Monti della Tolfa. Pur essendo a pochi chilometri da Roma è un’area talmente bella e ricca di biodiversità che da sempre il WWF propone che divenga un parco naturale.

Se non ci si è riusciti finora è solo “grazie” alla lobby dei cacciatori che in Regione si è fatta sentire.

Il WWF è fortemente contrario e sta dandosi da fare: se Allumiere diviene una nuova Malagrotta l’ambiente circostante, che già subisce l’impatto del polo energetico di Civitavecchia,  si degraderà gravemente.

Bene, amici cacciatori, fateci sapere cosa faranno le vostre organizzazioni per contrastare questo pericolo per l’ambiente    😉

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