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Posts Tagged ‘Cacciatori e ambiente’

Un cacciatore mi ha scritto:

“Ma ti sei mai chiesto perchè nell’ultimo ventennio i cacciatori si sono più che dimezzati e la selvaggina, a sentire voi professionisti dell’ambiente, è praticamente quasi sparita ? Scusami ma i conti non mi tornano…”.

Lepre (F.Cianchi)

Lepre (foto F.Cianchi)

Non sono i conti che non tornano, ma  certe affermazioni, tanto generiche quanto fuorvianti.

La tesi sostenuta è semplice, ma falsa in una delle due affermazioni che dovrebbero sostenere una conclusione, (a voi conveniente), ma di conseguenza altrettanto errata.

Perché se è vero che i cacciatori si sono dimezzati, nessuno di noi  ha mai detto che “la selvaggina è quasi sparita”.

Primo, ma è una sottigliezza linguistica, il termine “selvaggina” non fa parte del vocabolario di un naturalista, che preferisce quello ecologicamente  più opportuno di “fauna” (che, per fortuna, non è solo quella cacciabile ). Secondo perché le affermazioni generiche, da un punto di vista scientifico, non hanno alcun significato. Di quale fauna vogliamo parlare ?

Come si fa a sintetizzare la situazione faunistica di Cervi e Caprioli, Camosci e Stambecchi, Cinghiali e lepri, Quaglie e Pernici bianche, Tordi e Beccacce, Anatidi e Corvidi, ecc. ecc. in una sola, gratuita, asserzione? Ogni specie è un caso e  richiede un esame a sé, un’ analisi dello status passato e presente, dei fattori che ne hanno determinato una rarefazione rispetto alla potenziale presenza sul territorio, piuttosto che un incremento e così via.  

E questa analisi, piaccia o no, individua storicamente nella caccia uno dei fattori più importanti (in alcuni casi il solo) della drastica diminuzione o della estinzione locale di molte specie (Quaglia tridattila, Francolino, Gallina Prataiola in Sicilia, Gipeto, Lupo e Lince sulle Alpi solo per citarne qualcuna), così della sparizione di molte forme locali come  la sottospecie “italica” della Starna, l’estinzione della Coturnice in Toscana ecc.  per non parlare dei danni prodotti dai ripopolamenti (vedi caso Cinghiale, Chukar ecc.). Per cui non potete negare che senza l’impatto devastante della caccia  l’Italia avrebbe una situazione faunistica nettamente migliore, con popolazioni animali più diffuse e più abbondanti in base alla capacità portante del territorio.

Certo, nessuno e men che meno noi, vuole negare il ruolo svolto dalla distruzione degli habitat, dalla loro frammentazione, da tutti i molteplici fattori di disturbo che insieme contribuiscono al depauperamento faunistico e alla perdita della biodiversità. Ma negare, come si cerca continuamente di fare, le responsabilità della caccia, passate e presenti,  è pura cecità culturale. Vuol dire semplicemente mentire.

Un fatto però è assodato: le maggiori presenze faunistiche si riscontrano nei territori vietati alla caccia (non a caso molti non vedono l’ora di sparare pure nei parchi nazionali). Così come è innegabile che se la caccia conservasse il patrimonio faunistico, non ci sarebbe bisogno ogni  anno di “lanciare” per “ripopolamento” sembianze di fagiani o di lepri magari argentine! Condannate il più delle volte a non vedere neanche l’alba dell’apertura, secondo la ben nota teoria del “tutto pieno prima, tutto vuoto dopo”. Altro che “prelievo degli interessi conservando il capitale”: è come se il capitale fosse rapinato prima ancora di entrare in banca! Un assalto al furgone portavalori.

Insomma, la caccia non fa bene agli animali.

Infine, una contraddizione salta evidente: ma non sono i cacciatori ad auspicare la caccia per contenere le orde di cinghiali (giunti da Marte ?) che minacciano la sicurezza della nazione?

E allora, ammettetelo sinceramente: quando vi conviene sostenere che la caccia non fa danni, dite  che la fauna è diminuita indipendentemente dai cacciatori. Salvo poi lanciare allarmi sull’immane pericolo di trovarci con i caprioli a brucare l’insalata nell’orto , per potervi ergere a paladini della patria pur di spappolare il fegato o una coscia al cervide troppo invasivo. In maniera “selettiva” s’intende

Insomma la fauna per voi è come una fisarmonica : un po’ si allunga, un po’ si accorcia, a seconda di come intendete suonarvela. Quante scuse per amore di un cadavere…


Pino Paolillo

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Mezzo milione di anatre muoiono ogni anno in Europa per inquinamento da piombo. Il piombo dei pallini da caccia, sparati nei nostri campi e nelle nostre paludi.

I cacciatori amano talmente la natura che le lasciano anche le cartucce...

Le cartucce raccolte dal WWF Rimini alla fine dell'ultima stagione venatoria

Mentre anche la Camera dei Deputati si accinge, dopo le elezioni regionali, ad esaminare la proposta di dilatare i tempi della stagione venatoria, è utile dare un’occhiata a questo effetto collaterale della caccia.

Il piombo, pur disciogliendosi poco nell’ambiente, è capace di determinare gravissime intossicazioni in molte specie di uccelli. Molte specie infatti, per agevolare la triturazione del cibo ingoiano sassolini che rimangono poi nel loro stomaco. Nelle zone con alta densità di pallini di piombo, questi vengono ingoiati. Una volta nel loro stomaco, vengono erosi dai succhi gastrici. Il piombo passa nel sangue in gran quantità determinando gravissimi effetti tossici: basta la presenza di 10 pallini nello stomaco per portare un uccello acquatico a morte in pochi giorni per intossicazione acuta.

Numeri inferiori di pallini determinano un’intossicazione cronica che può portare ugualmente, anche se più lentamente (2-3 settimane), a morte oppure può debilitare l’animale rendendolo incapace di procacciarsi il cibo e di difendersi dai predatori.

E’ stato calcolato che ogni anno più di 18.000 tonnellate di piombo sotto forma di pallini da caccia vengono disseminate sul terreno in Europa. Di queste, oltre 4.000 sono le tonnellate di piombo sparate nelle zone umide. 

Le specie maggiormente interessate dai danni dell’inquinamento da piombo sono anatre e oche. Il fenomeno del saturnismo è stato però riscontrato anche in molte altre specie fra cui i rapaci, in cima alla catena alimentare, i limicoli e i fenicotteri (come scrive anche la Forestale).

Alcuni studi hanno evidenziato come in media in Europa dal 6 al 20% delle anatre (a seconda della specie) risultano portatrici di pallini nello stomaco, con una mortalità pari a percentuali comprese (a seconda degli studiosi) dal 2 al 5 % della popolazione autunnale, superiore al mezzo milione di anatre all’anno. Nei soli Stati Uniti è stato calcolato che, prima della proibizione totale dell’uso del piombo nell’attività venatoria, morivano di avvelenamento da piombo da 1 a 3,5 milioni di anatre all’anno.

Di fronte all’evidenziarsi sempre più chiaro dell’entità del problema, nell’ultimo decennio numerosi Paesi hanno preso provvedimenti contro l’uso del piombo nella caccia, vietandone totalmente l’utilizzo (Canada, Danimarca, Stati Uniti, Svizzera), o limitandone l’uso (Malesia, Russia, Gran Bretagna, Ghana). La tecnologia raggiunta ha consentito di mettere sul mercato, a prezzi competitivi, cartucce a carica alternativa (in particolare di acciaio). 

Una convenzione sottoscritta all’Aia nel 1996 prevede il “divieto di uso dei pallini da caccia al piombo nelle zone umide a partire dal 2000” ma purtroppo è entrata in vigore in Italia solo nel 2006 e riguarda esclusivamente le aree umide inserite nelle Zps (Zone di protezione speciale).

Tuttavia è sufficiente esaminare le cartucce lasciate sul terreno dai nostri “difensori della natura” (come amano definirsi) per rendersi conto che da noi anche questo divieto è pochissimo rispettato. Infatti, da molti dei commenti inseriti nel nostro blog si capisce che per i cacciatori nostrani l’inquinamento da piombo è solo una bufala, l’ennesima, montata dagli ambientalisti.

Per maggiori info leggi il dossier realizzato dal WWF Toscana nel 2006 >

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Pino Paolillo risponde ad un commento al post di Fulco Pratesi

Pino Paolillo, autore dell'articolo, mentre recupera una poiana sparata dalla brava gente

Caro Emanuele,

seguo il tema della caccia da moltissimi anni e confesso, con molta sincerità, che continua a stupirmi la facilità con cui gran parte dei cacciatori cerca di aggrapparsi ai soliti luoghi comuni, pur di giustificare un’attività che, “per sua stessa natura costituisce sempre una causa di disturbo più o meno rilevante per la fauna” (Mario Spagnesi, ex Direttore INFS, cacciatore).

Lo dico senza intenti polemici ma, onestamente, più li leggo e li ascolto e più mi convinco del loro incredibile rifiuto di ammettere la realtà delle cose. C’è davvero una rimozione psicologica del danno prodotto, una incapacità a riconoscere le proprie responsabilità, individuali e collettive, che sa di infantile, se non fosse per le conseguenze drammatiche su milioni di esseri viventi e sull’ambiente. Giusto per rimanere nel tuo settore, è come se un taglialegna accusato di aver abbattuto a colpi di motosega un bosco intero, si difendesse prendendosela con le piogge acide, la processionaria o i mutamenti climatici.

Quando parli di “cacciatori con la C maiuscola”, certamente ti riferisci a coloro che vanno a caccia nel rispetto della legge. Bene. Tu stesso però ammetti che gli altri, quelli “con la c minuscola”, che invece la legge non la rispettano, sono la maggioranza. Apprezzo la sincerità ma il problema è capire se, anche rispettando questa legge, si fa un danno o meno alla natura.

E allora, solo per fare un esempio, considerato che un “onesto cacciatore”, può uccidere legalmente fino a 25 uccelli migratori al giorno (come da normale “limite di carniere” ), moltiplicando per tutti i cacciatori (circa 800.000 ) e per la durata della stagione venatoria, capirai bene che, pur rispettando la legge degli uomini, non si rispettano affatto le leggi della natura.

Sì, lo so, adesso penserai che non capita tutti i giorni di ammazzare 25 tordi o allodole,  ma se fosse possibile (e qualcuno, quando capita, va anche oltre), la legge consentirebbe di fatto un massacro di animali, di cui nessuno può dire che si “prelevi” una quota sostenibile, perché si spara finché ce n’è, senza nessuna programmazione o criterio che non sia quello del carniere più abbondante. Quindi si può essere bracconieri nei confronti della natura, pur essendo rispettosi delle leggi – sbagliate – degli uomini. Leggi che, come nel nostro caso, consentono una libera appropriazione di un bene senza che si conosca neanche la consistenza del bene stesso .

Come ben sai dai tuoi studi di selvicoltura, si gestisce ciò che si conosce, si cura e si conserva, altrimenti è un’appropriazione indebita, un furto nei confronti dell’ambiente. Ricordo che, tanti anni fa, furono proprio le associazioni venatorie riunite nell’UNAVI ad approvare un documento in cui si sosteneva che il requisito indispensabile per esercitare la caccia su una specie fosse la censibilità della stessa e quindi la necessità di conoscerne le dinamiche di popolazione e calcolare, di stagione in stagione, la “quota” eventuale da poter uccidere. Un prerequisito praticamente improponibile per i migratori, in particolare per i passeriformi, che si distribuiscono con il variare delle stagioni su areali estremamente vasti e per i quali quindi non esistono le condizioni e le conoscenze scientifiche per un discorso gestionale, per cui, quando si spara su uccelli di cui si ignorano la consistenza a livello di regione zoogeografica, l’incremento (o il decremento) annuale, i dati sugli abbattimenti e solo sulla base di “limiti” davvero ridicoli, piuttosto che di prelievo sostenibile si dovrebbe parlare di rapina a mano armata ai danni della natura.

Prima ho usato il termine “uccidere” perché per me si “prelevano” i soldi o i bagagli, mentre quando si toglie la vita a qualcuno, i verbi più appropriati sono ben altri. Per chi ci crede, potremmo anche pensare che l’anima nostra venga “prelevata” dagli Angeli del Paradiso (o dai Diavoli dell’Inferno), ma se uno ammazza un uomo a fucilate, mica diciamo che lo ha “prelevato” (dalla faccia della terra)…

Quanto poi al territorio che il cacciatore italiano ha a disposizione, tu stesso sostieni che “è giusto” che sia “limitato” (si fa per dire) alla “sola regione”. E invece questo significa ammettere il fallimento di qualsiasi proposito, finto o sincero che sia, di rendere un po’ più accettabile, cioè meno distruttiva l’attività venatoria nel nostro paese. Territori di caccia grandi quanto una nazione, una regione o anche una provincia? Vogliamo scherzare? Tutte le esperienze e tutte le indicazioni del mondo scientifico, anche di parte venatoria (!) a cominciare dal documento programmatico dell’INFS – oggi ISPRA – redatto all’indomani dell’entrata in vigore della 157, parlano di unità di autogestione di 10.000, massimo 15.000 ettari… Mentre ci sono regioni in cui un ATC è grande quanto mezza provincia, con la possibilità di sparare alla migratoria in tutta la regione.

Siamo quindi lontani anni luce rispetto a quel legame tra il cacciatore e il territorio che potrebbe rappresentare, qualora rigidamente applicato, insieme a una serie di altri provvedimenti quali l’incremento della capacità faunistica dell’ambiente e l’attuazione di rigorosi controlli sul rispetto degli abbattimenti programmati, la base imprenscindibile per una responsabilizzazione del cacciatore, piuttosto che fare a gara a chi occupa i posti migliori per lasciare terra bruciata dietro di sé, altrimenti ci pensa qualcun altro.

Ovviamente, ripeto, solo su specie facilmente censibili e stazionarie, come potrebbe essere per qualche specie di Ungulato o di Galliforme ( mettendo da parte per adesso la questione morale), con un numero di cacciatori e un’attività commisurati alle effettive presenze faunistiche, piuttosto che su una demagogica e distruttiva “libertà di caccia”.

E veniamo alla situazione estera. Nella stessa Francia, così come altrove, (ma perché allora non facciamo il caso del Lussemburgo o del Belgio, dove le specie cacciabili sono rispettivamente 4 e 6?) , la caccia è legata al diritto di proprietà del terreno. I cacciatori sono iscritti ad un comprensorio comunale ( i cosiddetti ACCA), mediante un contratto pagano una quota al proprietario sulla base degli ettari (74 euro fissi per terreni fino a 50 ettari più un euro per ogni ettaro posseduto in più) e, in base alla legge del 2000, i proprietari possono negare la caccia nel proprio terreno, con la possibilità, di chi possiede almeno 20 ettari, di riservare per sè il diritto di caccia.

Da un documento di un’associazione venatoria italiana risulta dunque che:” Se la mobilità è teoricamente illimitata, in realtà il cacciatore francese è però molto più “confinato” di quello italiano.” Quanto poi alle dimensioni dei comprensori (gli ACCA), altro che territori di decine di migliaia di Km2 come tanti nostri ATC! Per i cugini d’oltralpe la media è di 1000-3000 ettari!

Non sono un fautore del modello francese, cerco solo di spiegare che il nomadismo venatorio non può che alimentare quell’atteggiamento di rapina nei confronti della fauna e rappresenta la perfetta antitesi rispetto alla possibilità di trasformare il cacciatore italiano da un semplice sparatore ad un utilizzatore (pur sempre violento) di una risorsa naturale che incrementa, censisce e poi sottrae dall’ambiente in maniera calcolata.

Questo, sia chiaro, come male minore rispetto alla generalità della situazione attuale e ribadendo la mia più convinta avversione verso un’attività violenta nei confronti di altri esseri viventi. Cosa diresti se un piano di assestamento forestale fosse stravolto da boscaioli liberi di circolare liberamente e di tagliare tutto quello che gli pare e piace: piuttosto che di “gestione sostenibile di una risorsa”, non parleresti di distruzione?

Un saluto
Pino Paolillo

P.S . In ogni caso, spero che un giorno non lontano, nei boschi che stai studiando, al posto del fucile, ci andrai con un binocolo, per portare a casa non piume insanguinate, ma il ricordo dei colori e dei suoni della Natura. Me lo auguro sinceramente.

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Quasi tutti gli amici cacciatori che sono intervenuti in questo blog hanno scritto:  “Perchè ve la prendete sempre e solo con la caccia,  le vere cause della sparizione della fauna sono ben altre!” … e giù ad elencare l’inquinamento, l’urbanizzazione, le strade ecc. “I cacciatori sì che amano davvero la natura e si prendono cura dell’ambiente… voi no.”

Noi abbiamo sempre risposto che è vero che ci sono problemi ambientali più gravi della caccia,  il WWF infatti non si occupa della sola caccia e basta dare un’occhiata a www.wwf.it per capirlo.

Bene, amici cacciatori, ora potete dimostrarci che davvero voi vi prendete cura dell’ambiente meglio di noi

Vogliono realizzare una grande discarica (una “Malagrotta 2”) ad Allumiere, nel cuore dei selvaggi Monti della Tolfa. Pur essendo a pochi chilometri da Roma è un’area talmente bella e ricca di biodiversità che da sempre il WWF propone che divenga un parco naturale.

Se non ci si è riusciti finora è solo “grazie” alla lobby dei cacciatori che in Regione si è fatta sentire.

Il WWF è fortemente contrario e sta dandosi da fare: se Allumiere diviene una nuova Malagrotta l’ambiente circostante, che già subisce l’impatto del polo energetico di Civitavecchia,  si degraderà gravemente.

Bene, amici cacciatori, fateci sapere cosa faranno le vostre organizzazioni per contrastare questo pericolo per l’ambiente    😉

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