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Giampiero Mariottini/Flickr.com (CC) Creative Commons

Giampiero Mariottini/Flickr.com (CC) Creative Commons

Sig. Francesco,

se per capire qualcosa di caccia  bisogna spappolare il cervello o il fegato ad un cinghiale con una fucilata, oppure, dopo averlo ferito facendogli sballottolare  la zampa  semiamputata dalla palla, finirlo  con un coltello piantato nel cuore (nel gergo a lei familiare : “accorare”), allora sono felicissimo di confessare che continuerò a non voler capire niente di caccia fino alla fine dei miei giorni.  

Lascio ad altri il piacere sadico di portare sul cofano del fuoristrada o a mo’ di paraurti il corpo sanguinante dell’animale come trofeo (mi chiedo solo come finirebbe la leale competizione sportiva senza carabina o cal.12).
Se, viceversa, sulla caccia ci si informa attingendo da fonti non sospette, credo che sulla “questione cinghiale” il mondo venatorio italiano abbia solo da recitare il mea culpa.

Meno male che c’è lei a ricordarci che “i cinghiali in Italia ci sono sempre stati”, anche se poi aggiunge che quando gli stessi sono stati “introdotti” (e quindi immessi dove non c’erano…), erano tutti d’accordo. Beh, proprio tutti no: vorrei conoscerli questi strani “animalisti” favorevoli ai “lanci” di cinghiali per favorire cacciarelle maremmane, salsicce e sagre paesane a base di bistecche del povero selvatico.

In realtà un secolo fa il cinghiale aveva un areale molto più ristretto rispetto all’attuale, tanto da non essere presente  più a nord della stessa Toscana (cfr. Massei e Toso, 1993, Biologia e gestione del Cinghiale. Doc. Tecnici INFS, oppure AA.VV., 2004  Il manuale del cacciatore di cinghiale, Ediz. Greentime), essendo stato sterminato nei secoli precedenti dalla persecuzione diretta ( o, se preferisce, da una terribile epidemia di rogna, chissà!). Poi, a partire dagli anni ‘50, sono cominciate le massicce operazioni di introduzione di cinghiali provenienti dall’estero (Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia) e le immissioni di animali allevati in diverse regioni italiane e questo unicamente per mere finalità di consumismo venatorio; in parole povere, per fare carniere. Ma ancora nel 1987 (Cfr . Perco F., Ungulati. C.Lorenzini Edit.) non era presente su gran parte dell’Emilia Romagna, del Piemonte, della Lombardia, assente totalmente in Puglia,  Sicilia, Veneto, Trentino A. Adige , Friuli e Valle d’Aosta.

Quanto al fatto che i cinghiali si sono riprodotti “a dismisura”, come dice lei, è proprio quello che i cacciatori vogliono e che hanno favorito in tutti i modi, così da causa del problema, si possono proporre come soluzione del problema stesso. E questo perché se c’è una categoria che ha tutto, ma proprio tutto l’interesse a mantenere una massiccia presenza di cinghiali sul territorio, non possono essere che i cacciatori stessi, che quindi fanno ricadere sugli altri (agricoltori) i danni e su di essi i benefici. E’ un po’ come se un gommista se ne andasse in giro a bucare le ruote o un  carrozziere a rigare le auto in sosta. Tanto peggio per loro (gli agricoltori), tanto meglio per noi (cacciatori).

Ora, a parte la contraddizione (quando dice che eravamo d’accordo con i ripopolamenti , si presume per fini venatori, non certamente per fare il “boar-watching”) non mi pare  che sul Cinghiale ci sia stato questo “pressante protezionismo”, visto e considerato che nei tre mesi di caccia consentiti dalla legge (relatori: presidenti Federcaccia e Arcicaccia di allora), di cinghiali in Italia se ne ammazzano allegramente quasi 100.000 (93.045 nell’annata 1998-1999 secondo la Banca Dati Ungulati dell’INFS), da considerarsi però un dato per difetto, visto che: “ in molte aree  i dati  relativi alle azioni di caccia non vengono raccolti, mentre in altre esiste comunque una discrepanza tra il carniere dichiarato e il numero di cinghiali abbattuti” (AA.VV. Banca dati Ungulati, 2001- Biol. Cons. Fauna 109 . INFS)

Badi bene che queste cose non le scrive un fanatico animalista vegetariano, ma il Direttore dell’ex INFS, cacciatore di cinghiali . Della serie, se lo dice lui… Per non parlare poi degli abbattimenti illegali come quelli effettuati con i lacci  e di notte (ovviamente quando non ci si confonde con un prete che dorme in un sacco a pelo…).

Non so a lei, ma a me la parola “censimenti” sui Cinghiali mi fa ridere: nessuno, ripeto nessuno, potrà mai stabilire quanti cinghiali ci sono in Italia (e censire significa contare); altro discorso sono le stime e le stime “orientative e largamente approssimate” fornite dati tecnici (v. banca dati succitata) parlano di un numero che oscilla tra 300.000 e 500.000 (con uno scarto quindi di ben 200.000 !!). E questo per un motivo molto semplice, essendo il Cinghiale l’Ungulato più difficile da censire, per le abitudini e il tipo di habitat che frequenta.

Per cui alla fine, in rari casi, per ottenere una stima indiretta, si ricorre all’analisi dei carnieri (e quindi una conta dei morti) e, ancora più raramente, all’esame dei denti o del cristallino del cadavere  per stabilire le classi di età (cfr.AA.VV., 2003 -Linee guida per gestione del Cinghiale. Ministero per le politiche Agricole e Forestali- INFS).

Non a caso : “Il quadro relativo alle conoscenze circa le densità e le consistenze delle diverse popolazioni italiane rimane tuttora alquanto carente e poco conosciuto, come  conseguenza di una gestione che, a parte qualche eccezione, risulta priva delle indispensabili basi tecnico-scientifiche e di un’adeguata programmazione e coordinamento degli interventi.” E ancora: “ nel caso del cinghiale, se si eccettuano rare eccezioni, non esiste un rapporto organico tra consistenza e prelievo e pertanto non vengono effettuati censimenti e neppure vengono calcolati indici relativi d’abbondanza su serie storiche.” (Banca Dati Ungulati, op. cit.)

Capisco che per lei l’unica soluzione, almeno per crearsi l’aureola di salvatore della patria, sarebbe quella della caccia senza limiti e confini, nelle aree protette e magari tutto l’anno, ma sono più che sicuro ( e stavolta lei non faccia finta di negare) che nel momento in cui, per pura ipotesi, di cinghiali se ne sparassero di meno, sareste i primi a sbraitare per avere nuovi ripopolamenti o a provvedere da soli , perché altrimenti sareste condannati a non andare più a caccia di cinghiali.

Quindi i primi a godere dei danni agli agricoltori, siete proprio voi, perché allora non vi sembra vero di proporvi come la (falsa) soluzione di un problema che invece volete che resti irrisolvibile.

Del resto la stessa forma di caccia utilizzata , la cosiddetta braccata con i cani da seguito, non fa altro che favorire una strutturazione artificiale delle popolazioni e della loro dinamica, con una prevalenza proprio di quegli individui giovani che sono i maggiori responsabili dei danni alle colture, oltre a rappresentare un grave disturbo per l’insediamento di altri Ungulati (vedi capriolo) e persino per gli altri cacciatori (vedi beccacciai).

E allora, visto che il cinghiale si caccia, eccome e visto che è impensabile pensare di eradicarlo dal territorio italiano (ma i primi a non volerlo, come abbiamo visto, sarebbero i cacciatori), bisogna , come dicono i tecnici, trovare un punto di equilibrio tra le varie esigenze e a questo punto, fatti salvi i diritti dei contadini di difendere i loro raccolti con metodi incruenti, mi riesce davvero difficile capire perché mai quel punto di equilibrio debba concretizzarsi nella morte di un animale da un lato e il divertimento di un uomo dall’altro.

Continuo a pensare che si tratti di esigenze inconciliabili.

Pino Paolillo

P.S. come vede ho seguito il suo consiglio e ho cercato di informarmi meglio, ma comunque, se dovesse restare insoddisfatto e per toglierle ogni dubbio, parafrasando il vecchio Socrate, continuerò a fare finta di sapere.

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Un flagello minaccia l’Italia. Orde devastatrici della bestia nera si nascondono nel folto della macchia, pronte a scatenare la loro furia distruttrice al calar della notte, travolgendo tutto quello che incontrano sul loro cammino.

Cinghiale (Fabio Cianchi)Niente sembra poter fermare i discendenti di quella sottospecie di “Sus scrofa” giunta sin qui  dalle lontane plaghe centroeuropee e non a caso denominata “attila”. Ma non tutto è perduto: ogni anno un vero e proprio esercito della salvezza  corre letteralmente  alle armi pur di salvare i raccolti e, con essi, il popolo, dalla carestia e dalla fame.

Il porco selvatico,  simbolo silvestre del maligno,  continua nel frattempo  ad accoppiarsi  senza ritegno, moltiplicandosi vertiginosamente e allargando sempre più il suo dominio sul territorio. Non bastano tre mesi all’anno di contrasto da parte dell’esercito regolare a furia di braccate, palle e pallettoni, comprese le operazioni di “disturbo notturno” condotte da squadre di irregolari, o i metodi da guerriglia fatti con lacci di acciaio per strangolare il temuto nemico.

Nossignori, ci vuole ben altro che sparare alle femmine gravide perché non portino a compimento il frutto dei loro infernali congiungimenti carnali: bisogna stanarlo, come i Talebani, dalle zone in cui trova rifugio,  sterminarlo perché non minacci più la sicurezza  e l’economia di intere regioni.

E pensare che  gli stessi avversari di oggi erano gli entusiasti sostenitori di ieri, quando l’ambito suide veniva reclamato a gran voce e i solerti amministratori “ripopolavano” generosamente boschi e valli di verri e scrofe  per il trastullo venatorio di elettori riconoscenti .

E guai a lasciare scoperto un lembo di territorio dalla presenza delle eccitanti arature del grugno dell’agognato ungulato, pena lo scontro tra squadroni di contendenti alla ricerca dell’ultimo solengo da fulminare.

Le cronache  avvertono oggi che i cinghiali sono in soprannumero, che esiste un “sovraffollamento” che minaccia le risorse agricole e persino la viabilità delle supersicure strade nazionali, e che bisogna organizzare dei corsi accelerati per contarli e  poi, comunque vada, dargli la caccia  che si meritano.

Qualcuno potrebbe obiettare che detti corsi sono inutili e dispendiosi, considerato che, se si sostiene che le presenze del selvatico sono eccessive (rispetto a che?) , vuol dire che qualcuno li ha già contati. Viceversa, se ciò non è avvenuto, come si fa a dire che sono in soprannumero?

A meno che, come pensano i malfidati, con la scusa del cinghiale non si voglia entrare dalla finestra dopo che la porta è stata chiusa; un modo volpigno e già sperimentato, per far tuonar le ferree canne anche laddove (parchi e riserve) la legge lo vieterebbe.

Pino Paolillo

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